Vi racconteremo di Antonio Verri attraverso le parole di Irene Bevilacqua, figlia di Fernando Bevilacqua, caro e fraterno amico di Antonio Verri, la quale ha centrato il suo studio di tesi sul vissuto e l’operato dell’eclettico artista:

 

ANTONIO VERRI, POETA E OPERATORE CULTURALE SALENTINO

Sulla provinciale verso Caprarica di Lecce la notte tra l’8 e il 9 maggio del 1993 una piccola 126 diretta verso casa viene travolta da una macchina di grossa cilindrata, procedente sulla sua stessa corsia di marcia. L’auto si schianta su di un ulivo e l’impatto è fatale per il conducente, Antonio Leonardo Verri, personaggio eclettico, fervido sostenitore di una cultura salentina che al tempo si stava risvegliando e consolidando nel panorama italiano ed europeo. Il corpo dello scrittore viene schiacciato tra le lamiere della piccola automobile e il possente tronco d’ulivo, simbolo della cultura millenaria salentina, alla quale lo stesso Verri aveva donato la sua opera e, infine, anche la sua vita.

Antonio L. Verri, scrittore e operatore culturale, nasce nel Salento a Caprarica di Lecce il 22 febbraio 1949.

Dal ‘77 al ‘93 Antonio Verri è un vulcano di idee, scrive e intraprende diversi progetti letterari, fonda e dirige le riviste: Caffè Greco (1977), Pensionante de’ Saraceni (1982), On Board (1990), Ballyhoo – Quotidiano di comunicazione (o Quotidiano dei poeti) (1991), Titivillus (1992) e infine il suo primo sogno ed ultima avventura, il Declaro (1993).

Cura le collane: I quaderni del Pensionante (1983-1987), Compact Type-Nuova Narrativa (1990), Diapoesitive-Scritture per gli schermi (1990), MF-Mail Fiction (1991), Abitudini-Cartelle d’autore (1988-1990), Spagine (1991), I Mascheroni (1990- 1992) e Ballyhoo-Letterature (1992).

Le sue opere pubblicate in prosa e poesia sono: Il pane sotto la neve (1983), Il fabbricante d’armonia, Antonio Galateo (1985), La cultura dei tao (1986), La Betissa (1987), I trofei della città di Guisnes (1988), E per cuore una grossa vocale (1990), Il naviglio innocente (1990), Ballyhoo, ballyhoo! (1990) e il postumo Bucherer l’orologiaio (1995).

Antonio Verri aderisce al Movimento Genetico di Francesco Saverio Dòdaro, con cui è co-curatore di alcune collane (Compact Type, Diapoesitive, Mail Fiction, Spagine), collabora con la rivista Sudpuglia (1986-1993) della Banca Popolare Pugliese diretta da Aldo Bello e scrive sul Paginone culturale dell’allora Quotidiano di Lecce.

Nel 1993 Verri istituisce il Fondo internazionale contemporaneo Pensionante de’ Saraceni a Cursi. Effettua volantinaggio di poesie, spesso di fronte all’Università del Salento, fedele al suo manifesto poetico: Fate fogli di poesia, poeti (vendeteli per poche lire!).

A QUATTR’OCCHI CON

LUIGI VERRI 

 

Quel 9 maggio del ’93, Antonio Verri, scrittore poliedrico e operatore culturale, ha lasciato sprovvista della sua figura di pigmalione un’intera generazione di scrittori e artisti salentini. Nell’intervista che segue, Luigi Verri, fratello minore del poeta, ricorda dettagliatamente l’itinerario percorso dal fratello dalla sua infanzia ai giorni precedenti la sua scomparsa.

Dove e quando è nato Antonio?
È nato a Caprarica di Lecce il 22 febbraio 1949.

Eravate tre fratelli, vero? Lui era il maggiore?
Sì, eravamo tre fratelli. Uno è morto dopo appena tre giorni. Antonio era il maggiore.

Come si chiamava l’altro fratello?
Si chiamava Luigi. Poi dopo la sua morte, quando sono nato io, mi hanno dato lo stesso nome.

Qual era il suo comportamento da fratello maggiore?
Buono, ottimo, ci siamo sempre voluti bene.

Quali scuole ha frequentato Antonio?
Le elementari le ha frequentate a Caprarica, le medie a Calimera e poi ha frequentato il Magistrale a Lecce. Tra l’altro a Calimera si è ritrovato come compagno di banco, Franco Corlianò, scrittore e musicista, morto nel 2015.

Era già dedito alla lettura o sembrava maturare altri interessi?
Sì, leggeva sin da piccolo e mi aiutava sempre a fare i compiti.

Era un ragazzino vivace o introspettivo?
Era introspettivo, molto introspettivo, timido.

Ho letto in una sua precedente intervista della salute cagionevole di suo fratello, lo ha condizionato in alcun modo durante la sua infanzia e anche dopo?
No, la sua salute era soltanto deboluccia, ad ogni cambiamento di stagione si raffreddava o si ammalava. Aveva un occhio strabico, ma non ce l’ha sempre avuto. Era già sposato, quando una febbre molto alta gli causò dei problemi all’occhio e alla parte sinistra del corpo.

Com’ era il suo rapporto con Antonio?
Stavamo sempre insieme, giocavamo e uscivamo spesso. Sfidavamo gli altri ragazzi a calcio balilla, a biliardino. Poi, naturalmente, lui usciva con i suoi amici, io con i miei, poi per il rientro a casa ci trovavamo e tornavamo sempre insieme.

Com’era il rapporto con i genitori, particolarmente con la madre? La nomina come «La Mar» in alcuni suoi testi. E il rapporto con il padre?
Ottimo anche questo. Forse per l’educazione che ci hanno dato i nostri genitori, Antonio ha avuto sempre un grande amore e un grande rispetto per loro e anche i nostri genitori ricambiavano. Con mia madre in particolare, le voleva un gran bene, era evidente. La nominò sempre nei suoi libri, perché la paragonava alla terra, la madre-terra, per tanti motivi. Il rapporto con mio padre è stato, sempre allo stesso modo, ottimo.

Antonio Verri con la madre Filomena, fotografia di F. Bevilacqua.

Antonio Verri con la madre Filomena e il padre Raffaele, fotografia di F. Bevilacqua.

Cosa mi sa dire del rapporto con l’intera famiglia?
Come ho detto prima, sempre un buon rapporto. Con mia moglie, ad esempio, avevano un rapporto particolare, ridevano e scherzavano. Provava amore per tutti, era affettuoso con tutti, a modo suo. Voleva molto bene a mio figlio, Damiano Stefano. La Cultura dei Tao è dedicata a lui. Tra l’altro quando è nato Damiano, venne in ospedale e chiese gentilmente e timidamente se poteva chiamarlo Stefano. Il nome era stato già scelto, ma per accontentarlo gli demmo Stefano come secondo nome. Proprio per questo si chiama Damiano Stefano. E lui rimase molto contento.

Chi era e che faceva lo zio Leonardo? Riprende a posteriori il secondo nome, giusto?
Lo zio Leonardo era il fratello di mio padre, come lavoro stimava appezzamenti di terreno, case, beni materiali. Salvaguardava gli interessi di tutti, era molto intelligente, scriveva pure. Ha preso il suo nome Leonardo a posteriori, perché ha trascorso la maggior parte della sua gioventù con lui. Quando noi andavamo in campagna, data la sua salute debole, lo lasciavamo a casa sempre con lo zio Leonardo. Le nostre case erano infatti attigue. Potremmo dire, per quanto riguarda la lettura e lo scrivere che lo abbia svezzato lui.

Ha frequentato l’Università? E’ laureato?
Sì, ha frequentato l’Università a Lecce. Mi sembra per un solo anno, non è quindi laureato.

Ha sempre vissuto a Caprarica di Lecce o ha mai pensato di andar a vivere altrove?
Ha sempre vissuto a Caprarica, non ha mai pensato di vivere altrove, perché voleva troppo bene ai suoi genitori, non voleva lasciarli mai soli, li accudiva e voleva anche bene alla sua terra.

A quanti anni si è manifestato in lui l’interesse per la scrittura? Cosa si ricorda dei suoi primi scritti?
Molto giovane, perché a differenza mia che giocavo, lui stava sempre sui libri. Tempo fa ho trovato una sua poesia, l’avrà scritta quando era un ragazzo, forse a ventidue anni.

Fu incoraggiato dalla famiglia?
Non c’era bisogno di incoraggiarlo. Lui scriveva di sua spontanea volontà, i miei erano contenti e gli lasciavano fare tutto quello che voleva.

Ha avuto esperienze a Bologna, vero?
Sì, so di alcuni suoi viaggi a Bologna. So che ci andava saltuariamente, per studi, ma non ne so tantissimo a riguardo.

Ha anche compiuto dei viaggi in Svizzera. Ha avuto esperienze lavorative lì?
Sì, so che si incontrava con altri autori e poeti a manifestazioni di poesia, convegni di scrittura lì in Svizzera, ai Rencontres Poetici Internazionali di Yverdon e Neuchӑtel. A riguardo, questo però raccontato da mia madre, la quale spesso lo chiamava e gli chiedeva che cosa facesse, come vivesse, lui rispose che per mantenersi spesso andava in un ristorante a lavare i piatti o a sbucciare patate. Però, questo sempre per brevi periodi.

Antonio Verri con i suoi colleghi in un incontro internazionale di poesia a Yverdon, Svizzera, fotografia di F. Bevilacqua.

A. Verri con Claude Darbelley, Aishe Yazicioglu, Terri Mannarini, Antonio Toma, Fabio Tolledi, fotografia di F. Bevilacqua.

Era sposato?
Sì, era sposato con Licia Stella, di Caprarica. É un’insegnante di scuole materne.

Ricorda qualcosa degli altri suoi viaggi, come ad esempio quelli in Sardegna, Matera, Roma, Bari…
Sì, in Sardegna venne quando mi sposai. All’epoca scriveva con il Quotidiano di Lecce e scrisse su “Il Paginone” un resoconto del nostro matrimonio. Interpellò i genitori, i parenti, intervistò pastori, persone anziane. Era la prima volta che veniva in Sardegna, pertanto la sua curiosità da scrittore lo portò a fare tante domande. Era curioso, faceva spesso cose che magari gli altri non facevano. Mosso dalla curiosità, se trovava una porta aperta di una casa vi entrava. Ha «scomodato» un po’ tutti, ma ha fatto una bellissima cosa. Ce l’ho ancora incorniciata quella pagina. A Bari andava a trovare Vito Maurogiovanni, Raffaele Nigro, Leonardo Mancino che erano anche loro poeti e amici. Andava a trovare Geremia, suo cognato, che lavorava per la Gazzetta del Mezzogiorno e la cognata Pupa, con cui andava d’accordissimo. A Corato, invece, spesso andava a visitare lo zio, fratello di mia madre. Era un carabiniere e anche lui scriveva spesso. A Matera ad incontrare un altro poeta suo amico Roberto Linzalone. A Roma invece a trovare Aldo de Jaco e Aldo Bello.

Verri con Vito Maurogiovanni e Leonardo Mancino, fotografia di F. Bevilacqua.

Come viveva il rapporto con gli intellettuali? Ne parla a riguardo nel suo articolo Una stupenda generazione su Apulia.
Conosceva moltissima gente ed era in buoni rapporti con tutti. So che conosceva bene Aldo Bello, il direttore della rivista Sudpuglia (ora Apulia). Una cosa a riguardo che ricordo, ad esempio, è che molte volte Aldo Bello gli prospettava un lavoro fisso lì, ma Antonio non si vedeva bene dietro una scrivania. Spesso quindi portava i suoi amici lì, per farli collaborare, li indirizzava ad intraprendere dei lavori. Non era un tipo geloso o invidioso del lavoro altrui, anzi, era molto altruista, faceva di tutto per aiutare gli altri.

Sa qualcosa del rapporto con il pittore De Candia?
Con Edoardo De Candia erano molto amici, quasi amici fraterni. Erano «compagni di strada» possiamo dire. Un altro suo amico, il poeta Salvatore Toma, gli raccomandava sempre di non lasciare solo Edoardo. Infatti, è stato sempre con lui fino alla morte del pittore, avvenuta un anno prima della sua, nel 1992. Gli ha organizzato anche una mostra. Prima che morisse, quando era ricoverato, se non sbaglio, al Vito Fazzi, lo andava a trovare due o tre volte al giorno. Quasi lo accudiva, come una madre, un fratello. Erano amici, Antonio lo aveva definito il suo «Vichingo», «il Cavaliere senza terra». Lo andava a trovare a casa di frequente, lo seguiva nei suoi spostamenti, spesso a mare, a San Cataldo. Erano molto amici, Antonio, Edoardo e Salvatore Toma. Alla morte di Toma, andò a trovare la madre e le portò dei dolci.

Verri con Edoardo De Candia e Francesco Saverio Dòdaro, fotografia di F. Bevilacqua.

Verri con Edoardo De Candia, fotografia di F. Bevilacqua.

Con chi aveva dei rapporti più intensi?
Sicuramente con Fernando Bevilacqua e Maurizio Nocera. Ma con Fernando erano proprio amici fraterni. Stavano sempre insieme. Andarono insieme in Svizzera e in altre parti d’Italia. Molto spesso venivano a casa insieme, mia madre era contenta. Erano gli opposti tutti e due, Fernando scherzava, era più aperto, Antonio era più musone, più timido, parlava di meno ma rideva sempre. Antonio riusciva a gestire bene i rapporti e le situazioni con chiunque.

A. Verri con Cosimo Colazzo, Fernando Bevilacqua e Maurizio Nocera, fotografia di F. Bevilacqua.

Dove era solito incontrarsi con i suoi colleghi? Quali luoghi frequentava?
Era solito incontrarsi a casa, perché a mia madre, persona molto socievole, piaceva avere intorno i suoi amici. Mia madre pregava proprio Antonio di farli venire a casa e preparava loro da mangiare. Si incontrava spesso anche a casa dei suoi amici o al Mocambo a Sternatia del suo amico Vito Maniglio. So che molto spesso pagava lui per tutti.

A. Verri con Aldo Bello, Vito Maniglio e consorte, Antonio Errico, Luciana Bello, Mario Spagna, Gianni De Santis, Rocco De Santis, Sergio Bello, Giorgio Filieri, fotografia di F. Bevilacqua.

Oltre ad essere uno scrittore, ha anche lavorato come editore. Cosa ha editato?
Sì, ha editato il Quotidiano dei poeti, Titivillus, On Board, un libro di poesie di Salvatore Toma e tanto altro…

Secondo lei, a quale opera era più legato? E quale opera fu, invece, più apprezzata dai lettori?
Secondo me, quella a cui era più legato era il Fabbricante D’Armonia. Era molto orgoglioso di questo dramma radiofonico, trasmesso dalla Rai di Bari. Mi chiese all’epoca di registrarlo in caserma, ma mi dimenticai. La più apprezzata è secondo me Il pane sotto la neve, la sua prima opera.

Crede che il suo linguaggio fosse di difficile comprensione o interpretazione?
Fu difficile sia nella comprensione che nell’interpretazione. Anche a me risulta difficile comprenderlo. Molti suoi colleghi dicevano che forse si sarebbe riuscito a capirlo tra 20 anni. Ora sono passati più di 20 anni.

Secondo lei da cosa traeva ispirazione?
Traeva ispirazione dal suo mondo interiore. Essendo introspettivo, riusciva a far uscire quello che aveva dentro con la scrittura.

Ricorda abbia ricevuto delle critiche riguardo ai suoi lavori o era solito farne?
Non mi pare abbia ricevuto critiche, né era mai critico nei confronti di altri autori. Era
ottimista e propositivo.

Cosa pensava degli eventi storici a lui contemporanei?
Era attento alle vicende storiche, ma non commentava apertamente. Era contrario ad ogni tipo di dittatura ed era contrario ai despoti.

Ha mai dimostrato interesse per il giornalismo? Se sì, su quali testate ha scritto?
Sì, ha scritto sul Quotidiano di Lecce, ha collaborato con Apulia. Ha scritto il Quotidiano dei poeti, uscito per 12 giorni in varie città italiane. Mi ricordo che in quel periodo ci fu uno sciopero dei giornalisti, ma grazie ai suoi amici riuscì a diffonderlo comunque. Anche grazie ai familiari. Io e mia moglie imbucavamo il giornale nella buca delle lettere vicino viale Lo Rè, perché Antonio sapeva che era la prima che andavano a ritirare. Poi realizzò il mensile Titivillus dal ’93 e On Board.

Riguardo al suo rapporto con il Quotidiano di Lecce, cosa mi sa dire?
Come ho detto prima, ha scritto sul Paginone culturale nel Quotidiano di Lecce, dove ha parlato anche del mio matrimonio.

Si è mai autodefinito in una specifica corrente letteraria?
No, lui no. Molti lo definiscono post-moderno.

Perché ha scelto Stefan come suo alter ego? Lo riprende dallo Stefan Dedalus dell’Ulysses di Joyce, giusto? Riguardo Stefan Lomasko, il polacco di Martano?
Sì, lo riprende da entrambi. Lomasko era un polacco, parente di sua moglie. Era molto interessato a lui.

A quale autore salentino era legato?
A Bodini, sicuramente a lui.

Qual era il suo rapporto con la cultura salentina?
Era un operatore culturale salentino. Aveva memorie contadine, scrisse un racconto La cultura dei Tao, folletti che girano per aria. Lui amava il suo territorio. Poi è nato da genitori contadini, discende da nonni contadini. Era molto attaccato alla sua terra.

Cos’è il “Sibilo Lungo”?
Il “Sibilo Lungo” è sempre legato alle sue origini, alla cultura salentina, alle immagini, i suoni provenienti dalla terra. È una speranza di prosieguo della cultura salentina.

Era in rapporto con qualche colosso dell’editoria o della letteratura contemporanea?
No, aveva solo rapporti con piccoli editori. Era parecchio critico riguardo alle grandi case editrici.

Cosa mi sa dire del suo rapporto con la pittura? So che ha realizzato molti quadri. Di che stile si possono considerare?
Post-moderno credo, rappresenta delle forme base, che si sviluppano man mano, che sbocciano di volta in volta. Ha sempre disegnato. Vendeva i suoi quadri per cercare poi di riversare il suo guadagno nelle opere letterarie, nella pubblicazione dei suoi libri. Prima di venderli chiedeva sempre a mia moglie di scegliersi un quadro, se non avevamo il tempo di sceglierlo, lui ce ne teneva uno da parte.

Verri con un suo quadro. Fotografia di F. Bevilacqua.

Ha mai svolto altri lavori in contemporanea con la scrittura?
Sì, la pittura, come dicevo prima.

Era interessato a scovare doti artistiche negli altri?
Sì, era il suo lavoro diciamo. Ci teneva molto ai suoi amici, venivano prima loro, viveva per loro. Infatti lui non cercava mai di pubblicare prima se stesso, in primis sempre loro, i loro libri, le loro poesie. Tra l’altro, quando morì, molti suoi amici andarono da mia madre o da Licia e restituirono i soldi che Antonio aveva prestato loro nei momenti di bisogno.

Era politicamente schierato?
No, ma era simpatizzante per i movimenti di sinistra.

Ha mai fatto politica nel suo paese?
No, mai.

Prima di morire aveva intenzione di scrivere qualcosa? Aveva in mente un progetto futuro?
Ripeteva sempre di avere un grande progetto a me e ai miei. Aveva qualcosa in programma… il Declaro, ma non ha mai svelato per bene di cosa si trattasse. Aveva in serbo qualcosa di proprio grande. Lo avrà detto spesso una decina di giorni prima della sua morte.

Che rapporto aveva con la morte? Ho letto di uno suo sogno premonitore a riguardo…
Prima di morire, sognò di avere tre giorni di vita. Spaventato, si svegliò, si alzò e andò a bere. Poi ritornò a dormire e riprese lo stesso sogno, ma non gli erano rimasti tre giorni, solo uno. Il giorno dopo raccontò il sogno alla moglie e a mia madre. Quel giorno andò con calma, lui era molto calmo, ma andava sempre di fretta. Quel giorno portò mia madre a fare la spesa, al calzolaio e poi al cimitero. A differenza degli altri giorni se la prese proprio con calma. Al cimitero girò tutte le tombe dei parenti e di chi conosceva. Si fermò molto tempo davanti alla tomba dello zio Leonardo, dovette mia madre staccarlo da quella contemplazione. So che voleva fare un’altra visita, ma poi rimandò a più tardi. Quel giorno aveva un appuntamento, un congresso all’Hotel Tiziano a Lecce, non poteva rinunciare. Andò via dicendo a mia madre che per la festa della mamma, che era il giorno dopo, le avrebbe portato un bel regalo. Io ero in caserma e ascoltai alla radio di un incidente mortale, avevo un presentimento. Mi arrivarono poi molte chiamate da sua moglie e da mia madre, perché non lo vedevano rientrare. Lo seppi poi da un collega centralinista, che mi chiamò apposta per dirmelo.

Che cosa ricorda del funerale?
Ricordo tantissima gente che gli ha fatto omaggio. Fui meravigliato, davanti casa molta gente che non conoscevo, tanti scrittori e artisti di strada, tanti suoi amici e colleghi. Molti di questi li ho ringraziati per la loro presenza.

Crede che sia stato onorato degnamente?
Credo di sì, è stato onorato degnamente. Quando morì tappezzarono l’Università di Lecce di sue poesie.

Aveva un rapporto con la religione?
Sì, era credente. La praticava quando poteva.

Crede che Fate fogli di poesia possa essere considerato un manifesto della sua poetica?
Sì, si può considerare così. Lui insieme ad Angelo Fabbiano vendevano di fronte all’Università poesie per 100 lire. Molti lo pensavano per questo «sciroccato». Ma questo rientrava nel suo modus operandi.

Qual era la sua consapevolezza di sé come autore?
Lui non si definiva, era umile. Lui era quello che era…

Se fosse qui ora, in cosa sarebbe impegnato, secondo Lei?
Con le nuove tecnologie sarebbe stato in contatto con tutto il mondo. Sicuramente avrebbe continuato a scrivere. Forse avrebbe finalmente realizzato il suo sogno, ossia avrebbe racchiuso tutto il mondo in un suo libro.

Ritratto di Antonio Verri, fotografia di F. Bevilacqua.

SPUNTI DI POETICA

Attraverso dei piccoli frammenti, provenienti dagli articoli di Antonio Verri sulla rivista Sudpuglia (ora Apulia), è possibile snocciolare una piccola parte della sua poetica.

Pare proprio che nel presentare oggi, a fine secolo, un poeta, un pittore o, perché no, un musicista non si possa fare a meno di incasellare, di incolonnare, di richiamare il poeta o il pittore o il musicista ad un principio di scuola, ad un gusto, ad una scuola qualsiasi: e il gioco è diventato tanto sofisticato che ogni corrente o scuola che nasce o rinasce ha tanto di quel senso lato, tanto di comprensivo e di sempre meno assoluto, che il tutto veramente ci sembra un pasticcio di critici “innamorati” o di buontemponi non sempre in buona fede. Esempi recenti di queste scuole o correnti, o neoscuole o neo-correnti in senso lato? Subito. Il postmoderno, che si vuole che raggruppi poeti, pittori, musicisti, scultori, filosofi e altro, che verso un recente passato o verso lo stesso fare creativo “mostrano un atteggiamento tra il distaccato e il cinico”. Oppure un nuovo arrivo, affascinante, suggestivo, il neo-manierismo, tanto ampio che veramente non sembra una scuola ma solo una disposizione naturale di quasi tutta l’arte e la poesia contemporanee, ossessionate più dal ludico galoppante, dalla varietà di stile e dalla preoccupazione del proprio fare, che dalla storia dell’uomo, dal dolore e dall’inferno dell’uomo.

(A. Verri, Conversano, un canguro babelico, vorace e manierista, Rivista Apulia, Settembre 1987.)

Tenendo conto dell’opinione dello scrittore riguardo alla definizione forzata di un qualsiasi artista, bisogna esimersi dalla responsabilità di «imbalsamarlo», sclerotizzarlo all’interno di un principio, di una scuola o di una tecnica. Verri è senza ombra di dubbio moderno, anzi un precorritore dei tempi, arguto, graffiante, ancorato saldamente alla sua terra natìa, «terra di orchi»¹, ma anche di “Tao”, “Betisse” e moderni “Pensionante”. Quest’ultima, magnifica «bomboniera»² non viene affatto risparmiata da critiche gridate a voce alta, conseguenti a certe cattive amministrazioni, alle “fiacche” iniziative, tutte celebrate dalle «damine e dai doppiopetto»³ che vivevano e inficiavano la città di Lecce. Verri non le manda a dire, si fa, anzi, portavoce della sua generazione di artisti (tale in quanto differente dalla «vecchia generazione», come riporta l’articolo sul Quotidiano di Lecce: E’ in arrivo una carrozza carica di poeti, del 24 novembre 1980), meritevole di essere presa in considerazione, desiderosa di avere quanto meno l’attenzione degli enti preposti e la loro “caritatevole” concessione per realizzare qualcosa.

¹ A Verri, E’ in arrivo una carrozza, Quotidiano di Lecce, 24 novembre 1980.

² A Verri, Un cavaliere senza terra, Apulia, III, Settembre 1988.

³ A Verri, E’ stato lo specchio della città, Quotidiano di Lecce, 20 marzo 1980.

Non facciamo (uso il “noi”: ci sono anche i miei amici) altro che condannare – detestare, ignorare, forse è meglio – quei grossi guru che, persa ogni gioventù, perso il sopraddetto guizzo, si sono messi tranquillamente a teorizzare, a santificare, a vendere parole subdole e sedotte per qualche gettone o magari una sola “gita”: vecchio blando mestiere che puntualmente diventa pratica di vita quando il ragno creativo (se mai c’è stato) non pizzica più. Vale la pena scomodare Luciano Berio per ricordare che “chi definisce se stesso d’avanguardia è un cretino”? Beh, forse sì. E Berio lo facciamo continuare: “La vera avanguardia ha lo sguardo profondo e non usa etichette, né può assumere il ruolo di una piccola sbornia (appunto) liberatoria…”

(A. Verri, Conversano, un canguro babelico, vorace e manierista, Rivista Apulia, Settembre 1987.)

Umiltà e modestia sono le qualità necessarie per un poeta ed egli le incarna perfettamente. Verri, contrario ai poeti e artisti puramente “domenicali”, è anche fortemente contrario ai “pennivendoli”, a chi svende la sua natura di artista per vedere il proprio nome consacrato. Come se avesse stretto un patto esclusivo tra se stesso e il suo manifesto poetico Fate fogli di poesia, poeti, preferisce regalare o vendere per poche lire i suoi fogli di poesia volanti, anziché inchinarsi di fronte al potente di turno, attraverso miseri compromessi, pur sapendo che «la vita è difficile per chi non sa suonare la grancassa».

⁴ A.Verri, Lettera dal Salento, Quotidiano di Lecce, 2 marzo 1981.

Cominciate, poeti, a spedire fogli di poesia
Ai politi, gabellieri d’allegria
A chi ha perso l’aria di studente spaesato
A chi ha svenduto lo stupore di un tempo
Le ribalte del non previsto, ai sindacalisti, ai capitani d’industria
ai capitani di qualcosa,
usate la loro stessa lingua
non pensate, promettete…
disarmateli se potete!

(al diavolo le eccedenze, poeti
le care eccedenze, le assenze anche,
i passeri di tristezza, i rapimenti
i pendoli fermi, i voli mozzi, i sigilli
le care figure accostate al silenzio
gli addentellati, i germogli, gli abbagli…
Al diavolo al diavolo).

Disprezzate i nuovi eroi, poeti
cacciateli nelle secche del mio gazebo oblungo
(ricco di umori malandrini, così ben fatto)
Fatevi anche voi un gazebo oblungo
chiudeteci le loro parole di merda
i loro umori, i loro figli, il denaro
il broncio della loro donne, le loro albe livide.

Spedite fogli di poesia, poeti
dateli in cambio di poche lire
insultate il damerino, l’accademico borioso
la distinzione delle sua idee
la sua lunga morte.
fatevi poi dare un teatro, un qualcosa
raccontateci le cose più idiote
svestitevi, ubriacatevi, pisciate all’angolo del locale
combinate poi anche voi un manifesto
cannibale nell’oscurità
riparlate di morte, dite delle baracche
schiacciate dal cielo torvo, delle parole di Picabia
delle rose del Sud, della Lucerna di Jacca
della marza per l’innesto
della tramontana greca che viene dalla Russia
del gallipolino piovoso (angolo di Sternatia)
dell’osteria di De Candia (consacratela a qualcosa!).

Osteggiate i Capitoli Metropolitani, poeti
i vizi del culto, le dame in veletta, i “venditori di tappeti”
i direttori che si stupiscono, i direttori di qualcosa,
i burocrati, i falsi meridionalisti
(e un po’ anche i veri) i surrogati
le menzogne vendute in codici, l’urgenza dei giorni sfatti,
non alzatevi in piedi per nessuno, poeti
…se mai adorate la madre e il miglio stompato
le rabbie solitarie, le pratiche di rivolta, il pane.
Ecco. Fate solo quel che v’incanta!
Fate fogli di poesia, poeti
vendeteli e poi ricominciate.

Fatevi disprezzare, dissentite quanto potete
fatevi un gazebo oblungo, amate
gli sciocchi artisti beoni, i buffoni
le loro rivolte senza senso
le tenerezze di morte, i cieli di prugna
le assolutezze, i desideri da violare, le risorse del tempo
i misteri di donna Catena.
Fate fogli di poesia, poeti
vendeteli per poche lire!

(A. Verri, Fogli di poesia, poeti., Il pane sotto la neve, 1983.)

Altre aspre invettive nei suoi articoli sono indirizzate ai centri predisposti alla cultura, che, stando alle sue considerazioni, sono il contrario di ciò che predicano: una cultura fredda, esclusiva, elitaria, utilizzata come merce di scambio, basata su encomi solo ai poeti consacrati da decenni (se non secoli) e su vilipendi nei confronti dell’arte locale, «opera da pazzi»⁵. Altro rimprovero va alle case editrici, covo di interessi imprenditoriali più che culturali, gli editori interessati agli scrittori di provincia sono pochi e decisamente piccoli. I grandi editori non danno spazio, puntano sul già consacrato, non rischiano la loro causa per qualcosa di incerto:

⁵ A. Verri, Ciò che resta dell’arte di Ezechiele Leandro, Quotidiano di Lecce, 16 marzo 1981.

Qualche tratto. Non è facile l’impresa. Comunque, prima ci sentiamo di dire, di ribadire (quante volte lo si è ripetuto!) la totale indifferenza, l’ostilità il più delle volte, degli Istituti e delle Istituzioni: l’Università, per fare un esempio, in questa bella stagione creativa non c’entra un bel niente, come non c’entra una sempre più fievole Accademia, o un sempre più invivibile Conservatorio, oppure quei fantasmi, che ogni tanto ritornano (e ogni volta si grida al miracolo), delle Consulte Culturali di Enti che dovrebbero pianificare e non elargire. (In tutta sincerità, non riusciamo a vedere rapporto tra Toma o
Pagano e l’Università, tra Coluccia o De Candia e l’Accademia, e così via: anzi, in questo posto, è tanto più ardua e totalizzante l’avventura del creare quanto più si è lontani da posti deputati!)

(A. Verri, Una stupenda generazione, Rivista Apulia, Dicembre 1988.)

Parlare di Toma vuol dire anche fermarci sulle condizioni frustranti e sullo stato di disagio di chi è poeta o autore in questo posto; parlarvi di editori imprenditori all’ombra del potere o assorti in operazioni tanto assurde quanto presuntuose; parlarvi della disattenzione organica e studiata e programmata di chi è addetto alla cosa culturale nei centri di qualsiasi Palazzo (…) oppure parlarvi di una Università assolutamente impreparata a recepire e a dare nuovi stimoli; oppure parlarvi, vecchio discorso, delle librerie semideserte, del disamore per il libro, soprattutto di poesia.

(A. Verri, Il poeta dei liburni e dei corbezzoli, Rivista Apulia, Dicembre 1986.)

Verri è consapevole di vivere in una “provincia difficile”, tuttavia il Salento non è solo voglia di dissacrare, ma anche voglia di sbocciare, di lavorare per creare qualcosa di nuovo, proficuo e duraturo. E’ necessario smuovere le menti per non fossilizzarsi in una sola tendenza provinciale, ma per raggiungere vette più alte, per far conoscere la propria voce a livello nazionale o addirittura europeo.

Per inventare tutto, per inventare dal niente, per combattere anche chi da sempre pensa che la storia non si fa qua, che si fa altrove, che qui resta sempre intenso il profumo della fresia, del gelsomino o dei gerani sui balconi barocchi.

(A. Verri, Conversano, un canguro babelico, vorace e manierista, Rivista Apulia, Settembre 1987.)

Il Sud e i suoi artisti non hanno nulla da invidiare ai settentrionali, hanno solo bisogno di allontanare dall’intellettuale meridionale lo stigma di una cultura sporcata di terra, puramente macchiettista e folcloristica e incoraggiare il pubblico salentino – “chiuso, ignorante e sdegnato” – ad interessarsi delle vicende del proprio territorio. Verri punta a creare una rete, cresciuta all’ombra delle grandi esperienze europee, di intellettuali salentini – combattivi, inferociti, fedeli al loro scopo – «in marcia per cercare di allinearsi a tutta quella cultura europea novecentesca che fino a poco tempo prima era solo nei loro libri o svolazzante sopra le loro teste». Non aspira ad una copia conforme di altre esperienze letterarie su scala nazionale, ma intende modellare qualcosa di innovativo proprio a Lecce, “roccaforte di provincialismo, perbenismo e indifferenza”. Ma non è facile e a testimoniarlo vi è l’aneddoto che l’autore riesce a vendere a Lecce appena quaranta copie del suo Quotidiano dei poeti, contro le settecento copie dello stesso giornale a Milano.

Saranno forse cambiati i termini di confronto, saranno cambiati quelli che chiamiamo valori, il vivere, i rapporti col resto dell’Impero Culturale, ma ci sentiamo di dire che oggi il Sud non si prende per amore, o non si prende solo per amore. Oggi il Sud si prende (o almeno così lo prende chi opera a tempo pieno, non domenicalmente dico) anche o soprattutto per irruenza, per distacco, per ironia, per maturazione avvenuta, di solito, a contatto con tantissime, tante esperienze.

(A. Verri, Abele Vadacca, guerriero solitario, Rivista Apulia, Marzo 1988.)

Verri è figlio di James Joyce, Jack Kerouac, Raymond Queneau e Allen Ginsberg. Il suo stile è sicuramente frutto di un modellamento inconscio e di sperimentalismo sulle istanze creative di questi autori citati. Il suo interesse spazia dal panorama europeo a quello italiano, con Carlo Emilio Gadda, Elio Vittorini, Gesualdo Bufalino, fino ad arrivare a quello salentino con Vittorio Bodini, Vittorio Pagano, Carmelo Bene e Vittore Fiore. Il linguaggio (lo definisce «ambiscato» nella Betissa) deve, per Verri, svestirsi delle vecchie convenzioni, ricrearsi attraverso un processo continuo per far franare le ideologie consolidate e la gabbia dei linguaggi.

“Ogni parola è una parola fascista” diceva Roland Barthes, e allora non ci resta che urtare, rompere la gabbia, la griglia dei linguaggi, provocare esplosioni (forse col rischio di creare nuovi simboli): una parola nuova, un segno nuovo, un suono nuovo, quando arrivano, fanno tremare, qualcuno dice, la connessione delle ideologie, della barbarie, quell’impero di codici e dogmi che dominano e terrorizzano le nostre povere vite!

(A. Verri, Violini verdi e disarmonie, Rivista Apulia, Giugno 1987.)

Era evidente allora e lo è anche oggi che il suo non è uno stile semplice, comprensibile ad una prima lettura, come sottolinea il fratello del poeta nell’intervista. Spesso, i suoi testi appaiono quasi come dei flussi di coscienza, versi liberi interrotti bruscamente da un abuso di punti, da giochi di parole, da calembour, da accumuli, dal conio di neologismi, solitamente inerenti la sfera magica o appartenenti al mondo dei media e al suo bestiario. La sua sintassi è intricata, aggrovigliata, spezzata e sono frequenti gli elenchi. Si serve di numerosi aggettivi ed epiteti per qualificare qualcuno o qualcosa. I suoi articoli sono molto chiari, ma non ci si deve banalmente fermare ad una prima lettura per poter cogliere il succo del suo discorso.

Joyce ha aperto, a grandissima levatura, la strada, le strade, le tantissime strade della costruzione verbale, del gioco. Un verso della Cosmogonia di Queneau (riporto la traduzione di Solmi) è illuminante in questo senso: “dal calembour può nascere significato”; e tutto allora si risolve in questo che io credo sia il tratto essenziale e unificatore di parodia e originalità: la libertà di dilatare, riscrivere, dar vita a quel demone radicale che vive di suoni, di provocazioni, di follia, di derisione, di giochi verbali impensabili, di esplosioni, di frantumazioni, di metafore, di analogie, di tumori, di arrotondamenti, morbidezze e ogni cosa che al testo dà vita. C’è da ridire allora che parodia è il testo stesso, ma anche la disposizione giocosa, quella dimensione astuta, candida e aperta con la quale l’autore affronta la pagina
bianca che, credimi Aldo, non darò mai sgomento visto che ormai qua più nessuno aspetta l’ispirazione per scrivere qualcosa (mi pare di essere l’unico joyciano – per amore di tecnica – e che Queneau lo conoscano in pochi).

(A. Verri, I poeti sanno dove sono le capre d’inverno, Rivista Apulia, Dicembre 1986.)

E’ chiaro che Verri vive per scrivere, per fare poesia e che il suo lavoro non nasce da interessi economici né si nutre di questi, bensì si sviluppa dalla sola necessità di modellare un’idea attraverso le parole. Verri non si vede bene dietro ad una scrivania, non ha neppure interesse a scendere a patti con i potenti o con grosse case editrici, sostiene che la letteratura sia l’unica cosa per cui vale la pena vivere:

A Bodini, Baudelaire, Campana, ma anche a Vittorio Pagano, a De Candia, a Tonino Caputo e a tutta quella schiera di poeti e artisti ingenui, puri, schematici, semplici, banali, profondi, allegri, deficienti, arguti, accattivanti, indifesi, disarmati, candidi, macilenti, persi nella gente che odiano, che amano, col sorriso misto al rutto, col fresco di una vita senza lacci, con la
convinzione che la sola cosa che conta, la sola cosa per la quale vale la pena vivere è la letteratura, l’arte, la poesia.

(A. Verri, Il poeta dei liburni e dei corbezzoli, Rivista Apulia, Dicembre 1986.)

Lui e i suoi amici “scapigliati” vivono e condividono l’arte, spesso persi nei piaceri del vino (al Mocambo di Vito Maniglio!), librandosi sulla poesia e sulla pittura, sul folklore e sulla politica:

La vera anima dei poeti esce fuori quando bevono un po’, quando vanno in gruppo… tirano fuori di tutto, sanno tirar fuori di tutto, le storie più impensate, i ritornelli, magari le canzoni partigiane. I poeti sanno così bene, quando sono in gruppo, occultare i loro drammi, le loro disperazioni, i loro fastidi…

(A. Verri, I fulvi poeti del Salone Verde, Rivista Apulia, Giugno 1989.)

Così definisce ne I fulvi poeti del Salone Verde i suoi Rencontres poetici internazionali, in Svizzera, dove è solito intessere la sua rete di contatti con la generazione poetica del tempo. In un resoconto, indirizzato agli organizzatori della seconda edizione dei Rencontres, sintetizza i suoi interessi dal punto di vista formale come esortazioni per una maggiore attenzione alla ricerca letteraria «privilegiando l’atto creativo e non la rappresentazione estetica» incentrando il lavoro anche su di una ricerca riguardante il «fare letterario nel proprio Paese, i problemi, l’editoria». Verri richiede «più selezione, forte abbassamento dell’età media degli scrittori invitati, giornate più dense di impegni, più promozione e agganci editoriali»⁶.

⁶ A. Verri, Le parole si arricciano come nuvole, Apulia, Settembre 1991.

L’intellettuale che ha in mente, è un intellettuale impegnato, sensibile e ricettivo di tutto ciò che la realtà mette a disposizione. Verri non boicotta del tutto una letteratura fine a se stessa, ma promuove per essa una finalità sociale, civile e impegnata. Il poeta, come scritto da Verri in un suo articolo sul Quotidiano di Lecce, Ci scopriamo poeti ma leggiamo poco (26 maggio 1981), deve mettersi in gioco o mettere continuamente in «discussione dogmi, tabù, cretinerie quotidiane e grossi problemi», dal punto di vista formale, ad esempio, attraverso l’artificio retorico della parodia, «non deve più trattare del nulla o dell’assenza, temi affascinanti ma passati e metafisici; il poeta deve assumersi delle responsabilità e problemi di linguaggio, di stile, di aderenza alla realtà abbastanza complessa, di tensione, di rivolta». La parola diviene l’unico mezzo a disposizione per attivare le coscienze stanche della gente.

Come riportato da Maurizio Nocera in: Verri e il Sindacato Nazionale Scrittori presente nel blog Verriana, scritture, voci e suoni per ricordare un poeta, Antonio Verri, coinvolto nell’organizzazione sindacale a partire dal XIV Congresso Nazionale del 1988 è interessato ad inserire nel documento politico la difesa delle minoranze etniche, come il Griko, poiché la politica del tempo si dimostrava negligente nei riguardi della tutela delle lingue a rischio. Maurizio Nocera scrive di lui: «Verri si dichiarò contrario alla cultura dell’indifferenza, soprattutto da parte di alcuni scrittori, a causa dei quali in Italia c’era una prevalenza inopportuna del mondo editoriale rispetto a quello degli autori. (…) Era fortemente indisposto dall’assenza di un ministero della cultura in Italia. Pertanto era fondamentale ribadire che questa tematica fosse presente nel sindacato, perché significava sostenere l’integerrima creatività dello scrittore, che insieme all’impegno sociale erano qualità fondanti della sua natura (…) Lo scrittore doveva essere libero nella sua azione e spregiudicato nel rischiare tutto quello che c’era da rischiare per contrastare l’appiattimento culturale». In Dieci anni di rivista, Verri lo rimarca:

Dico questo, spero di non essere frainteso, (tu dovresti sapere quanto amo la mia terra e la sua gente), solamente per farti capire che una rivista seria di letteratura, come io la intendo, deve muovere un bel po’ di gente, di idee, stimolare compagni e non compagni, agire, combattere dove sono ubicati i “palazzi” (poveri e piccoli da noi, comunque!) (e intendo Università, Accademia, sedi di giornali, editori, uffici politici, ecc.), per una rivissuta e per una letteratura di rancore, gomito a gomito, per combattere le “poetiche” ufficiali, i mali dentro, i clientelismi culturali. Per questo doveva essere Lecce, caro Maurizio (anche se, e lo ricordo bene, non intendevamo fare una rivista di provincia).

(A. Verri, Dieci anni in rivista, Rivista Apulia, Settembre 1989.)

Antonio Verri non è uno scrittore semplice da incasellare, da classificare in una specifica corrente letteraria o in uno stile. La sua opera è visceralmente ancorata al territorio e alla cultura salentina, che puntava a preservare, rivitalizzare e lanciare in un panorama più vasto – quello italiano ed europeo- con cui era ormai necessario comunicare. Le immagini che ricorrono nel suo repertorio sono ispirate dalle tradizioni e dai riti salentini, raccontati dalla prima grande musa di Antonio Verri, la madre Filomena (la “Mar”), ma si riallacciano anche ai modelli letterari locali da cui trae ispirazione, come Vittorio Bodini, da lui considerato nella sua poesia Vorremmo essere noi stessi: «nostro grande padre, se vogliamo cercarci dei padri». Il suo linguaggio magmatico, citazionale, modernista è anche figlio delle letture che lo accompagnano sin dalla giovinezza: James Joyce (con l’Ulysses e il Finnegans Wake), Raymond Queneau (con la Piccola Cosmogonia Portatile), Hugo von Hofmannsthal (con La lettera di Lord Chandos) e inoltre Carlo Emilio Gadda, Stefano D’Arrigo, Cesare Pavese…
Oltre al suo lavoro da scrittore, è fondamentale ricordare la sua intensa e solerte attività di operatore culturale, che mira alla costituzione di una comunità di artisti e scrittori, che si spinge al di là della koinè salentina e assorbe scrittori internazionali, conosciuti per lo più nei suoi soggiorni “poetici” a Neuchӑtel e Yverdon. La sua idea di letteratura si avvicina alla militanza culturale, alla partecipazione attiva con finalità civili e sociali, e tutto ciò si evince indiscutibilmente dalla sua attività di pubblicista, di editore e di scrittore di articoli, spesso e volentieri, critici e polemici. Le questioni più spinose ruotano intorno alle case editrici, ai centri predisposti alla cultura, come l’Università, l’Accademia di Belle Arti e il Conservatorio, intorno agli “accademici boriosi” e “assessori che ti fanno perdere l’allegria” e ai «poeti da passeggio o da paesaggio». Verri si scaglia «contro la letteratura carica di promesse di potere»⁷, contro tutti gli scrittori che pagavano le case editrici per garantirsi la pubblicazione. Lo scrittore deve essere libero e non vincolato dagli editori, è questo che spinge Verri ad appoggiarsi solo a piccole case editrici e a vendere egli stesso -per poche lire – le sue riviste e i suoi fogli di poesia.
Antonio Verri è da considerarsi una pietra miliare della cultura salentina e chi volontariamente si inoltra in questa direzione non può fare a meno di imbattersi nella sua opera labirintica e riconoscerne la sua visionaria lungimiranza.

⁷ A. Verri, Caffè Greco, V numero, 1980.

Per un maggiore approfondimento su Antonio Verri, consultare:

R. Astremo, Con gli occhi al cielo aspetto la neve, Manni editore, San Cesario di Lecce, 2013;

S. Giorgino, Il mondo dentro un libro, Lupo editore, Copertino, 2013;

S. F. Lattarulo, Le pietre sopra le ali, Marsia, Surbo, 2013;

M. Nocera, F. Bevilacqua, L. Chiariatti, Antonio Verri Fabbricante di armonia, Istituto D. Carpitella, Alezio, 1998;

M. Nocera, Lettere e inediti, Associazione culturale l’uomo e il mare, Tuglie, 2008;

M. Nocera e A. Verri, Dieci anni in rivista, Sudpuglia, Martano, 1990;

Articoli su: Verriana, scritture, voci e suoni per ricordare un poeta, di M. Marino, http://antonioverri.blogspot.it/;

Articoli su: Vertigine: storia, reportage, interviste, recensioni, di R. Astremo, https://vertigine.wordpress.com/;

Articoli su: Utsanga rivista di critica e linguaggi di ricerca, di F. Aprile e C. Caggiula: https://www.utsanga.it/?s=verri.

L’autrice

Irene Bevilacqua, classe ‘95, si è laureata presso l’Università del Salento in Scienza e Tecnica della Mediazione Linguistica con una tesi in Letteratura Italiana Contemporanea sullo scrittore Antonio L. Verri (Storie dalla Lecce reale, Articoli di Antonio L. Verri su Il Quotidiano di Lecce). Vive tra Lecce e Torino, dove frequenta il corso di laurea magistrale in Culture Moderne Comparate presso l’Università di Torino. Ama profondamente la sua terra, il Salento, e la città di Lecce.

Tel. 3291350287

Fotografia a cura di

Fernando Bevilacqua nasce nel 1957, dopo la maturità si trasferisce a Londra dove, nel 1981 consegue il Diploma di Tecniche Fotografiche presso la School of Comunication – Polytecnic of Central London. Tornato in Italia, inizia la propria carriera come fotografo professionista, dedicando ai beni artistici e monumentali del Salento, alla vita e cultura popolari. Pubblica foto su “Crescita Democratica”, “SudPuglia”, “Quotidiano di Lecce”. Collabora con APT Lecce, Martano Ed., Congedo Ed., Manni Ed., Istituto Diego Carpitella, Notte della Taranta, Museo S. Castromediano, Kurumuny Ed. Collabora con numerosi artisti e personaggi della cultura come Salvatore Masciullo, Aldo Bello, Antonio Verri, Maurizio Nocera, Antonio Errico, Ennio Bonea, Vittore Fiore, Pino Refolo, Mauro Marino, Massimo Melillo, Fabio Tolledi con i quali condivide il pensiero. E’ fondatore della fanzine e del gruppo di musica popolare Terra de Menzu. “Fotografo e videomaker, provoca e coinvolge lo strumento video in un’operazione viva, in movimento, dove la visione pare generata dal corpo, da un fare attivo, da un sentire che descrive e dice su realtà e… miti.” (M. Marino)Le sue immagini vengono pubblicate su: Antonio Antonio, il libro su Antonio Verri; La religiosità – itinerario fotografico in Salento d’Autore, Muro Leccese – Storia e Arte di cui è coautore con Antonio Antonaci. Realizza diverse mostre: Momenti di vita e cultura Popolare, I Ritratti del Pensionante, The DeepMurmur – Il Sibilo lungo, A Crazy Urge to Dance – Una smodata Voglia di Ballo, Albania/Albania, Pizzi mpisi nella Terra del Capo, Chi è di scena?, Omaggio ai Padri, Menadi Danzanti. È autore di cortometraggi tra cui Bloody Spring Friday, Arrivano gli Americani Edoardo, Rito Sacrificale, Schegge e Pietre, Der Tote Mann, Bit nello spazio senza tempo, Alice nel Paese dei Barocchi, A Summer Tale, Il Mago di Agosto, I Ciechi, A Proposito del Che – A Casa di Toma, L’Approdo.

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