La parola “Arte” ha di solito rievocato nella mia mente un blocco cognitivo unico e monolitico o al massimo una serie di isolotti concettuali non immediatamente interconnessi tra di loro, come ad esempio “museo”, “creatività” o “disegnare”.

Fino a qualche giorno fa…

Tutto ha avuto inizio nella serata di domenica 4 luglio nell’ allegramente tradizionale Morskie Oko restaurant nel pullulante cuore di Cracovia, dove il mio collega e io, abbiamo incontrato per la prima volta il team di Art Bridge, a suon di gioiosi violini e fumanti pierogi.

“Art Bridge” è un progetto Erasmus+ K2, coordinato da Miejska Biblioteka Publiczna w Zorach (Polonia), di cui EduVita è partner insieme a Arrabal Asociación (Spagna) e Madeira My Island (Portogallo), per lo scambio di buone pratiche e lo sviluppo di nuove metodologie dell’arte-terapia in risposta all’impatto pandemico sul benessere mentale dei senior 55+.

Ispirati da questa missione, voliamo a Cracovia in rappresentanza di EduVita, che contribuisce al progetto sia come ente culturale fautore e promotore dell’arte e della cultura locale sia come ente di formazione specializzato nell’educazione permanente e nell’apprendimento intergenerazionale.

Sin dalle prime ore del lunedì mattina, ho ri-scopro il valore sintattico, emozionale e corporeo di un verbo al quale, a quanto pare, tutti i polacchi sono molto affezionati: camminare, walking, wędrować. 

Il nostro viaggio alla scoperta delle meraviglie di Cracovia inizia proprio con una passeggiata letteraria sulle orme di Joseph Conrad, guidata da Grzegorz Jankowicz, direttore del Konrad Festival di Cracovia, che si diletta con contagiosa passione a svelarci i segreti reconditi di questa città e del potere catartico del camminare, passeggiare, errare per quelle strade. Nonostante sia totalmente affascinata da questo percorso intriso di storia e letteratura, un dubbio continua ad attanagliare la mia mente: ma questo cosa c’entra con l’arte? Lo stesso interrogativo che leggo sui volti di tutti.

La nostra giornata continua con un laboratorio di manualità creativa nel Living Art Studio di ŻyWa Pracownia, per concludersi con una mostra multimediale intitolata “Traces of Krakow’s European identity”, nei sotterranei di Main Market Square, nel centro di Cracovia.

L’indomani ci svegliamo a Zory, una piccola accogliente città a circa due ore da Cracovia. In questa tranquilla cittadella, l’esperienza che più mi colpisce e incuriosisce, è la visita al Muzeum Miejskie w Żorach, durante la quale ci addentriamo inaspettatamente in un viaggio etnografico che dalla mostra “autoctona” intitolata appunto Our Identity si irradia al mondo intero con l’exhibition “Polish way of learning the world”, un racconto oggettistico degli studi e delle re-interpretazioni antropologiche più e meno recenti di ricercatori e autori di origine polacca in viaggio per il globo, dall’Africa all’Australia, dall’America Latina all’Asia. Tra questi naturalmente il noto Malinowski, pioniere della metodologia dell’osservazione compartecipata nella ricerca antropologica.  

Questo equilibrato connubio tra la memoria e la celebrazione dell’identità nazionale, locale e il sentire viscerale di quella umana, di cittadini del mondo, mi ha commosso nel profondo. Forse sto iniziando ad avere una vaga idea di come tutto si ricolleghi al nome del progetto “Ponte d’Arte”. Ma l’epifania è ancora lontana.

Il mercoledì partiamo alla volta di Katowice, una città moderna e in costante ricerca della modernità (a detta della nostra guida), a circa un’ora da Zory. Il bus ci lascia nella piazzola di sosta davanti a un edificio enorme, che a primo impatto mi sembra moderno, sterile, povero.

La nostra passeggiata attraverso i labirintici corridoi del Museo inizia dalla mostra di arte religiosa dell’ Alta Slesia, per proseguire nei tunnel della miniera simbolica di “The Light of History. Upper Silesia Over the Ages”, un viaggio alla scoperta delle più significative trasformazioni storico-sociali di questa regione.

Dopo un fugace giro tra i portrait realistici del XIX e XX secolo, ci addentriamo in quella che sarebbe stata una mostra per me illuminante, la Galleria della Non Professional Art. Gli azzurri e gli arancio  brillanti attirano immediatamente la mia attenzione;  le emozioni che ne trasudano il mio cuore. I dipinti sono vivide fotografie della vita di comunità degli operai che lavoravano nelle miniere della Slesia. Mentre ascolto sempre più incuriosita la guida, inizio a percepire un senso di globale olismo. Alcuni quadri sono più cupi. Ritraggono l’alienazione dell’insostenibile lavoro sottoterra.

Vago assorta in questo senso di sacrale rivelazione, fino a Radius from Saturn. Il mondo onirico dei dipinti di Teofil Wermer si rivelano per me epifanici. Il suo audace e spensierato anelito a un mondo che non è, mi sussurra il senso inafferrabile dell’arte, del processo creativo, di generare l’inesistente, l’inimmaginabile. Questa fulminea consapevolezza, mi dona un senso di pacato benessere che non avvertivo da tempo.

Ah, ecco cos’è il Ponte d’Arte!

Queste sotterranee connessioni diventano sempre più chiare, più evidenti, soprattutto durante il tour pomeridiano a Nikiszowiec, la cittadella fulcro della vita quotidiana, sociale e comunitaria degli operai delle miniere e delle loro famiglie. Un angolino di mondo rimasto immune al trascorrere del tempo. Lo stesso, da cui ero rimasta incantata nella Non Professional Art Gallery a Katowice.

L’indomani questo emozionante crescendo di ri-scoperte epifaniche, raggiunge il culmine durante il workshop di arte creativa organizzato dalla collega Sylvia Sosnovska presso la Biblioteca di Zory. Mi ritrovo davanti a una tela bianca, pennelli e acrilici. Sento un po’ di timore. È dai tempi delle elementari o delle medie che non faccio qualcosa del genere. E ora? 

-Try to paint something abstract- ci suggerisce Sylvia, fornendo qualche semplice linea guida per iniziare.

E allora mi lancio. Seguo semplicemente il flusso. Le mie mani si muovono sole. So che non darò vita a un capolavoro, ma mi abbandono a quella rilassante sensazione di mescolare i colori, dare vita a nuove sfumature fino a trovare quella “giusta”; sbaglio. Ah è vero! Non si può usare la gomma su una tela. Ma… Ma che meraviglia cancellare con i colori stessi! Passano ore. E voilà! Opera completata. Mente rigenerata. Wow, è una sensazione bellissima, indescrivibile.

La parola Arte ha ora acquisito un senso del tutto nuovo nella mia mente. Un senso che ingloba ogni singola esperienza vissuta in questi ultimi giorni. Dalla fruizione al fare, dal grafico-visuale al letterario all’artigianale, dal passato al presente, dal locale al globale.

Arte: un ponte per riconnettersi con sé stessi e con il mondo circostante, con la storia, le radici e allo stesso tempo i cammini e le visioni future.

Ed è in questa direzione che il nostro team internazionale di Art Bridge si muoverà. Collaborare in sinergia per co-costruire un senso riscoperto dell’arte. Un linguaggio comune che parli alla coscienza culturale,  stimolando la creatività, l’empatia e il benessere emotivo negli adulti over 55, soprattutto in risposta allo sconvolgimento pandemico. Un ponte d’arte che possa ri-collegare tutti quegli isolotti apparentemente sconnessi. Dentro e fuori.

Articolo a cura di Filomena Locantore, copywriter creativa