Art Bridge: Varsavia

Nella calda e assolata estate salentina, Hanna e Damiano mi propongono inaspettatamente un viaggio formativo legato ad uno scopo: conoscere e lavorare con l’arte terapia. Una sfilza di domande mi balenano in mente: ma cos’è l’arte terapia? Cosa imparerò? Sarò sola o avrò dei compagni d’avventura? 

Prima di raccontare del viaggio, è necessario innanzitutto presentare Hanna Urbanovich e Damiano Verri, due vulcani di idee e di iniziative. Vivono il loro lavoro con un entusiasmo e una passione tale da trasmetterla a chiunque si trovi nel raggio del loro piccolo gioiello della formazione e della cultura, Edu Vita, che fa angolo tra due pittoreschi scorci di Lecce: Porta Napoli e la Chiesa delle Alcantarine. 

Ora è il turno di Varsavia, la mia meta. Il fatidico giorno del viaggio è previsto per il 4 di ottobre, ma io inizio ad organizzare la valigia già due settimane prima. Dispongo in maniera quasi ordinata: tre maglioni e tre t-shirt – mi hanno detto di vestirmi “a cipolla”

ché la Polonia a ottobre non è poi così tanto fredda quanto si immagina – poi un paio di jeans, un bel quantitativo di speranza/voglia di fare/frenesia/tensione e un po’ di timore. Per fortuna ci sono i miei compagni di viaggio che sin da subito smorzano la tensione che palpabilmente emano: Filomena e Roberto sono facce già conosciute, legate al mio recente passato universitario, Benedetta, invece no, è sarda ed è la prima volta che ci incontriamo. Il nostro viaggio procede bene, fatta eccezione per un lieve ritardo aereo che viene colmato dai racconti di Benedetta – illustrati da eloquenti foto – sui succulenti piatti sardi. 

La Polonia ci accoglie con un’aria frizzantina e luminosa: tutto intorno a noi è di un verde vivo, splendente e rigoglioso, inframmezzato ogni tanto da chiazze di colori autunnali: rosse, marroni, gialle, viola. Uno spettacolo a cui in Salento non siamo affatto abituati, qui l’autunno trascorre sempre timido e rapido e dà pochi cenni del suo passaggio. Arrivati in hotel ci attende un’insegna gigantesca e rossa: “Polonia”, nel caso anche solo per un secondo dovessimo dimenticarci di dove ci troviamo. 

All’indomani inizia il primo giorno di training. Noi, gli italiani, siamo i primi ad arrivare a lezione: non sembra vero. Pochi minuti dopo siamo tutti in un’aula e ci scrutiamo curiosi mentre le nostre mani sfogliano il programma delle quattro giornate. A tenere il training sarà Anna Sikorska, una splendida artista e capace violinista. Sin da subito ammette di non avere grande dimestichezza con l’inglese e di contare, per fortuna, sull’aiuto di Sylvia, sempre lì pronta a mediare. A posteriori e senza nulla togliere al grandissimo lavoro di Sylvia, posso dire che le lezioni di Anna sono state veramente molto piacevoli e che nessun confine linguistico ha retto alla volontà dei presenti di conoscere e vivere appieno l’esperienza. Inoltre, è stato bellissimo poter cogliere tutte le sfumature che un’unica lingua – l’inglese – può avere quando viene parlata da un italiano, un polacco, uno spagnolo o un portoghese. Difatti in questo training non eravamo solo italiani e polacchi, anche la Spagna e il Portogallo avevano i loro “delegati”. 

Il primo lavoro che ci viene chiesto è di presentarci. Vi aspettate la solita e monotona presentazione che tutti dimenticano dopo pochi secondi? E invece no, non ha un bel niente di classico, poiché prende forma su di un foglio bianco. È qui che il nostro nome non è più vincolato alle sole lettere, ma incontra i colori, le forme, i paesaggi che ci sono cari e gli oggetti che decorano la nostra vita. Assume tutte le sensazioni che noi stessi proviamo nel pensarci e nel sentire il nostro nome, la nostra identità. Grazie a questa prima espressione di noi, ci sono già i primi volontari che tentano di “leggerci” attraverso i disegni, ma ovviamente l’ultimo verdetto spetta a noi: ci dipingiamo ora attraverso le parole e riconosciamo che molti ci hanno decifrato bene. Dopo la presentazione arriva il momento della “mummificazione” (sulla sinistra il lavoro in progress di Roberto e Filomena). Anna ci porge garze e ciotole piene d’acqua, ma niente paura, dobbiamo solo realizzare la nostra maschera! È comunque un momento che mette a dura prova: con le garze in faccia, gli occhi immobili, la bocca cucita, non si può far altro che rimanere da soli con se stessi (anche se si è in un’aula con altre 15 persone) e sentirsi, percepirsi come inermi, assoggettati ad un corpo estraneo che per una decina di minuti avvolge la faccia, pizzica le gote, affatica e opprime. Credo sia questa la sensazione che si prova a mettersi veramente a nudo con se stessi, a provare per una sola volta a percepirsi nella propria fisicità e temporalità, senza vestire i panni che la società o le proprie convinzioni impongono. 

Il secondo giorno ci si deve vestire comodi: si salterà, ballerà e suderà! I primi secondi siamo tutti dei pezzi di legno, ma poi il ritmo ci conquista e iniziamo a scioglierci, cerchiamo di abbattere le gabbie in cui siamo confinati, alcuni lo fanno con forza – sferrano calci alla Bruce Lee – altri si sentono quasi coccolati dai muri invisibili di questa gabbia/non-gabbia. È il mio caso. Dalla danza si passa poi alla musica, cerchiamo di suonare qualcosa con il primo strumento che ci viene dato in mano, successivamente proviamo a costruirne uno noi. Non sarà un semplice strumento, ma un “totem”, un oggetto che sin dagli albori dell’umanità ha un forte valore simbolico. Quindi innanzitutto bisogna entrare in contatto con la nostra parte più profonda, cercare di capire di cosa il nostro spirito abbia bisogno, di cosa nutrirsi e a cosa aspirare. In questo laboratorio diamo alla luce entità particolari: Victor crea un flauto che non suona ma ride, Fran una sorta di batteria tascabile.

Io do vita ad un mostriciattolo bruno con una campanella e un rotolo di cartaigienica per busto, arti dondolanti e mani di foglia. Si chiama Cannella e a dire il vero, ricorda le mie creazioni da bambina, quindi spero di essermi almeno per un attimo riconnessa con la mia primordialità e autenticità.

Durante il terzo giorno abbiamo concluso la maschera con le decorazioni e la pittura e si è constatato che molte di queste riprendevano i motivi e i colori della descrizione iniziale realizzata col disegno. Essendo questo l’ultimo giorno di training (l’8 siamo andati a spasso per Varsavia) abbiamo deciso di coronare il tutto con la creazione di una sinfonia finale, realizzata con gli strumenti che sentivamo a noi più affini e con i nostri cari totem. Il risultato che viene fuori è la messa in scena di ciò che realmente è nato ed è stato costruito in questi giorni: una collaborazione – o per meglio dire – un’armonia tra diverse voci che hanno sorvolato confini culturali e linguistici e si sono fuse creando la colonna sonora della nostra avventura (che si  conclude con dei corali: «ihihihih….ahahahah»).

Raccontare dopo un mese esatto – quando si è di nuovo immersi nella solita routine – di ciò che ci ha fatto stare bene (perché sì era un training, ma grazie agli esercizi di arte e psico-terapia ne abbiamo giovato tanto anche noi) comporta un inevitabile groppo in gola. Mi è difficile ripensare alle esperienze vissute e concluse e soprattutto ai legami che si sono creati senza provare un minimo di malinconia o come si dice in portoghese “saudade”. D’altra parte sono anche estremamente felice perché sono certa che questa sarà la prima di una serie di esperienze speciali e di conoscenze preziose che cresceranno sotto al segno dell’arte terapia. Per il momento mi conforto con ciò che mi resta: le foglie rosse prese come souvenir, le foto scattate da Aurora, i ritratti che mi ha fatto Marco e tutti i bei ricordi che ho richiamato alla mente scrivendo di questa fantastica esperienza.

L’arte col suo linguaggio universale ci ha dimostrato ancora una volta che non serve condividere la lingua o un territorio per comprendersi e sentirsi strettamente interconnessi. D’altronde il significato di “Art Bridge” non mente, è chiaro: è il desiderio di costruire un ponte che abbraccia, unisce, include in nome dell’arte e dell’armonia.                                                              

Irene Bevilacqua, 9 novembre 2021