Art Bridge: Varsavia

Il tempo dopo un momento piacevole inizia a scorrere più veloce, l’ho sempre notato.

Ne ho avuto la conferma di recente, dopo l’esperienza vissuta a Varsavia, l’elegante e magnetica capitale polacca, insieme ai miei compagni di viaggio Irene, Filomena e Roberto per il progetto Art Bridge.

È passato oltre un mese da quando siamo saliti su quell’aereo a Bari, vestiti di maglioni e giubbotti e pronti a soddisfare la nostra fame di cultura e voglia di fare nostre nuove competenze grazie all’associazione EduVita di Lecce, che ci ha regalato la grandiosa opportunità di questo Erasmus+.

All’inizio sono un po’ impacciata; vengo da un’altra regione, non conosco i miei colleghi di avventura e sento nelle vene la sindrome dell’impostore, ovvero che il mio bagaglio di esperienze non sia all’altezza di quanto sto per affrontare. Mi ricredo poco dopo: non solo mi sento a mio agio, ma iniziamo tutti a condividere le nostre impressioni e aspettative, cosa che mi rende euforica e desiderosa di vivere al massimo i giorni a seguire.

Varsavia ci accoglie nel primo pomeriggio con le sue foglie oro e amaranto, adagiate tra lunghe distese di un verde brillante e casette dai tetti che credevo esistessero solo sulle foto che vedo ogni giorno su Pinterest, tutto assume una tonalità fiabesca che mi rapisce. Non abbiamo ancora iniziato, ma io già so una cosa: sono innamorata di Varsavia, e prometto a me stessa che dovrò tornarci, perché la poesia di quelle strade ha un qualcosa di ineguagliabile e nuovo per me.

La cena all’Ibis Hotel della prima sera mi fa scoprire la gentilezza del popolo polacco, impariamo da subito qualche parola che ci permette di ricambiare tale qualità: dziękuję, ossia “grazie”, do widzenia, arrivederci! E in effetti siamo proprio stanchi, andiamo a letto presto perché è solo il giorno dopo che inizierà la magia: do widzenia, ragazzi!

Dopo una coloratissima e abbondante colazione ci incamminiamo verso quella che sarà la nostra sede del training per i prossimi giorni: il centro per l’arteterapia SensArte, dove grazie ad Anna Sikorska ci rimbocchiamo le maniche e prende il via la nostra missione, ossia scoprire come l’arte, in tutte le sue forme, ci può aiutare nell’interazione con gli altri, ma anche a liberare in loro particolari nascosti, che però spiccheranno il volo attraverso disegni, ritagli di carta colorata, tamburelli da suonare con bacchette di legno, brevi balli folk. Ma c’è una cosa secondo me che è fondamentale in questo contesto: la condivisione dello spazio con gli altri, per un giorno intero, dove impariamo a cogliere le sfumature dell’umore altrui senza chiedere, perché l’arte fa una cosa speciale e inaspettata: crea legami.

Il primo giorno lo passiamo immersi tra carta e colori. Proviamo a disegnare il nostro nome, per presentarci: io, che sul mio foglio divento un libro aperto tra gatti e note musicali, mi ritrovo in un attimo tra fiori, stelle cadenti, prati di viole e ranuncoli, cieli azzurri e nomi scritti come se fossero graffiti.

Ci conosciamo così, noi tutti. Seduti tra i banchi come in quella scuola dove tanto ho patito, mi ritrovo leggera e sorridente. Un attimo, fermi tutti: mi sento bene, serena.

Sono forse felice?

Qui a Varsavia, tra colori e forbici, calchi di maschere e mani coloratissime?

La risposta è sì, me la riesco a dare il giorno dopo: per la prima volta nella mia vita, a 28 anni, ballo.

Non c’è imbarazzo per quel corpo che ho sempre maltrattato, giudicandolo ingombrante e immeritevole di divertimento. Ci prendiamo per mano, tutti, in un momento si crea un cerchio dove Portogallo, Italia, Spagna e Polonia sono un solo elemento che si muove al ritmo di Waka Waka.

E saltiamo, salto come non facevo da quando ero bambina e il mondo era il paesaggio perfetto dei cartoni animati, della colazione preparata dalla mamma, del bacio del papà prima di tornare al lavoro.

Non avrei mai pensato di poterlo fare. Ma l’arte ti porta a questo, forse. Ti porta a rivedere i tuoi limiti per affrontarli in nome della bellezza, quella astratta del sorriso che puoi portarti dentro mentre balli in cerchio insieme a sconosciuti che ormai sono famiglia, in una stanza di qualche metro quadro.

Il terzo giorno diamo vita al nostro totem: ci mettiamo del nostro per personalizzare oggetti a cui restituiamo una vita nuova, un secondo fine. Nella nostra stanza trovano posto flauti altrimenti muti che riescono a suonare grazie alle risa del proprietario, campane decorate a festa con foglie e brillantini. Quel totem siamo noi e le nostre emozioni, quelle che vorremmo provare ma anche quelle che ci abitano dentro.

Lo guarderemo, ci faremo una risata oppure lo stringeremo forte, suoneremo quella campana e sentiremo le mani dei nostri compagni, il profumo dei pierogi caldi, l’amore di queste giornate.

Torno in Sardegna con un flauto verde a cui ho attaccato piume e nastri colorati, ma non senza la commozione nel salutare i miei compagni, fuori dall’aeroporto: l’arte ci ha portato a tirar fuori da noi gioia e lacrime, tanto forti erano le sensazioni, ed eravamo lì a guardarci negli occhi senza vergogna mentre le nostre gote si bagnavano alla consegna degli attestati. 

In quel pezzo di carta c’è la prova di quello che insieme all’arte siamo stati capaci di fare e che non vediamo l’ora di trasmettere a nostra volta.

L’arte è emozione, rispetto, è un colore che li riassume tutti e ciascuno la può vedere come preferisce a seconda di quel che il suo animo richiede.

L’arte più bella siamo noi. 

Troviamola e troviamoci!

Benedetta Gatto – Giorni di plastica