Viaggi e lingue straniere :riflessioni linguistiche sull’esperienza Erasmus+

Roberto è il nostro docente dei corsi di inglese base ed elementare per adulti 50+, e in questo articolo racconta la sua ultima esperienza Erasmus+ a Varsavia, nell’ambito del progetto Art Bridge.

“Una delle domande che in tempi recenti, più precisamente da quando sono stato proclamato Dottore in Lingue, Traduzione e Letterature Moderne, si è spesso presentata nei miei pensieri, è…. “Cosa significa essere un linguista?”

 Pur essendo parzialmente consapevole delle nozioni, delle abilità e delle competenze sviluppate durante i miei studi, spesso sono proprio quelle esperienze fatte senza una piena consapevolezza del proprio potenziale, che permettono di esplorare più a fondo e applicare la conoscenza acquisita negli anni passati sui libri all’esplorazione del mondo infinito, che rappresentano le lingue.

Una di queste esperienze è stata il training a Varsavia nell’ambito del progetto ArtBridge a cui EduVita, che mi ha offerto questa possibilità a mio parere unica, partecipa nell’intento di creare un ponte intergenerazionale attraverso l’uso dell’arte. Un progetto che ha decisamente risvegliato in me il desiderio di autoriflessione e la tendenza all’osservazione critica degli eventi attorno a me.

 

Al training hanno partecipato quattro gruppi di nazionalità diversa, Polonia, Italia, Spagna e Portogallo, e naturalmente, la lingua inglese è stata utilizzata durante l’intero corso come canale di comunicazione. 

Sin dall’inizio, in particolare durante la fase di presentazione, alcuni dei partecipanti hanno sin da subito voluto esprimere, anche se dal mio punto di vista userei la parola “definire”, il loro livello di conoscenza della lingua come scarso o elementare. La stessa trainer, durante la sua presentazione, ha utilizzato questa strategia, chiedendo il supporto ad un membro del gruppo, che sarebbe dovuta intervenire per “correggere” i passaggi non “riconoscibili come inglese”.

Quando questo avviene, (più spesso di quanto in realtà vorrei ammettere), vengo sempre colpito nel profondo. Difatti, sono sempre stato convinto che queste strategie vengano adottate con lo scopo di “difendersi” e proteggersi da eventuali giudizi dietro le barriere protettive della comfort zone linguistica. Tuttavia, dopo questa prima impressione, ho iniziato ad osservare un fenomeno comunicativo, che mi ha stupito e al tempo stesso motivato.

Nonostante tutti i preamboli, non c’ erano grandi difficoltà comunicative né da parte dell’insegnante né dal gruppo. La maggior parte di quelli che vengono definiti “errori grammaticali” riguardava aspetti come la  concordanza tra nomi e aggettivi o la coerenza tra tempi verbali, fenomeni che qualunque apprendente di lingue è destinato a commettere e ad osservare continuamente. A volte, gli usi impropri dell’inglese erano così lontani dallo standard, da creare dei veri e propri ostacoli comunicativi. Ed era in questi momenti che accadeva ciò che più mi ha emozionato nel profondo. Immediatamente si metteva in moto una sorta di cooperazione solidale tra i partecipanti con un livello di inglese più alto, che appartenevano alla stessa famiglia linguistica ( ad esempio tra polacchi o italiani con spagnoli e portoghesi). Alcuni partecipanti assumevano il ruolo di mediatori, passando con spontaneità da una lingua all’altra per aiutare tutti ad esprimere pensieri, emozioni e idee, supportando l’intercomprensione, la coesione di gruppo e la massima inclusione.   

Uno degli eventi linguistici che più mi è rimasto impresso, è avvenuto proprio il primo giorno mentre discutevamo per accordarci sul pagamento di un servizio di ristorazione.

Durante la conversazione, la parola inglese “invoice” veniva ripetuta con insistenza, ma alcuni membri del gruppo continuavano a non capire a cosa si riferisse. Ricordai immediatamente che “invoice”,  così lontano dalla nostra “fattura”, in realtà fosse in quest’altra forma, una parola più familiare a tutti i parlanti (faktura in polacco, factura in spagnolo, fatura in portoghese). Con voce squillante azzardai “Factura”, e tutti all’unisono esclamarono “Ahhhhhhh! Yess”.

Eventi di negoziazione linguistica si sono ripetuti durante i tre giorni di training, e verso il termine di questa straordinaria esperienza, una nuova realtà linguistica si era formata in modo così spontaneo che a vederne la fine, mi lasciava al tempo stesso un senso di tristezza ma anche di conforto e speranza. Conforto nel sapere che quelle barriere difensive alzate nella fase iniziale erano completamente sparite; speranza nel fatto che la frase “my English is bad” un giorno lasci il posto a “I will try”.

Grazie ad esperienze internazionali e interculturali come questa, scopro ogni giorno una nuova sfumatura della risposta alla mia domanda ricorrente “Cosa significa essere un linguista?”. Con sorpresa ed entusiasmo, sto realizzando che la mia laurea è in realtà una vera e propria missione. Per aiutare anche i parlanti più timidi e più bloccati a riscoprire le loro risorse comunicative e andare oltre qualsiasi tipo di barriera, in nome della comprensione reciproca e della comunicazione compartecipata.”

Se anche tu vuoi condividere un percorso linguistico con Roberto, sei ancora in tempo per iscriverti ai nostri corsi di inglese base ed elementare per adulti 50+.

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Articolo a cura di Roberto Franco, linguista e language educator

Revisione a cura di Filomena Locantore, copywriter creativa